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    Rischio aggressioni sul posto di lavoro: quali misure adottare?

    Rischio aggressioni sul posto di lavoro: quali misure adottare?

    La norma di riferimento in materia è una norma civilistica: l’articolo 2087 c.c., la cui violazione da parte del datore di lavoro “viene in considerazione con riguardo all’omissione di misure di sicurezza cosiddette “innominate”, e non in riferimento a misure di sicurezza espressamente e specificamente definite dalla legge o da altra fonte ugualmente vincolante”.

    E, “rispetto a tali misure “innominate”, le regole sulla ripartizione dell’onere della prova prevedono che – anche in materia di misure di prevenzione dalle aggressioni ai lavoratori – gravi sul “datore di lavoro l’onere di provare l’adozione di comportamenti specifici che, ancorché non risultino dettati dalla legge (o altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli standard di sicurezza normalmente osservati oppure trovino riferimento in altre fonti analoghe” (Cassazione Civile, Sez. Lav., 5 gennaio 2016 n. 34). Poiché in questo contributo ci si focalizza specificatamente sulle misure da adottare e quindi su un aspetto particolare delle pronunce, i casi oggetto di queste ultime sono descritti in maniera molto sintetica (e si rinvia al testo integrale delle sentenze per approfondimenti).

    In Cassazione Civile, Sez. Lav., 3 agosto 2007 n. 17066, il tema trattato è quello della responsabilità di un’azienda ospedaliera per le lesioni con postumi permanenti subite da un’infermiera aggredita da un ricoverato (paziente oligofrenico) presso il Centro Residenziale Handicap. L’Azienda ospedaliera si è difesa sostenendo che “esisteva un protocollo di comportamento, atteggiantesi a misura di sicurezza per il personale sanitario ed infermieristico, che prevedeva che il paziente, dopo la sedazione nella stanza di contenimento, dovesse essere preso in carico da due operatori.”

    Risultava accertato:

    a) che il paziente V., quello stesso pomeriggio dell’infortunio, aveva aggredito un’altra infermiera (Va.) sicché versava già in una situazione critica…;

    b) che l’organico delle infermiere era incompleto al momento dell’infortunio perché la stessa Va., vittima della prima aggressione, era stata autorizzata ad andare a casa, circostanza questa rilevante al fine della valutazione del fatto che fu la sola infermiera G., senza la collaborazione di altro operatore, a prendere in carico il V. dopo la sedazione;

    c) che il V. era stato fatto uscire dalla stanza di contenimento perché non vi poteva rimanere la notte in quanto la stessa avrebbe dovuto essere occupata da altro paziente autolesionista, circostanza questa che denunciava in sostanza un’insufficiente disponibilità di locali di tal genere.”

    La Cassazione premette che, in termini di principio, “le possibili reazioni aggressive dei pazienti oligofrenici di un Centro di igiene mentale rientrano di norma nel rischio assunto dal Centro con l’espletamento dell’attività di assistenza agli stessi; se poi tale attività è esercitata in forma imprenditoriale, si tratta null’altro che del rischio d’impresa. Una reazione aggressiva “imprevedibile” […] non esonera ex se il datore di lavoro; occorre anche la prova in positivo dell’adozione di tutte le misure di sicurezza e di prevenzione, quali protocolli di comportamento per il personale sanitario nel caso di stato di agitazione di tali pazienti, astrattamente idonee ad evitare danni ai lavoratori.”

    Quindi nella fattispecie secondo la Corte si sarebbe dovuto verificare “quale era il protocollo di comportamento per il personale infermieristico -specifica misura di prevenzione di tale genere di eventi dannosi – nel caso particolare di pazienti oligofrenici con tendenze aggressive e se l’attività di sedazione, rivelatasi ex post insufficiente, fosse stata correttamente eseguita”.

    L’onere di dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie a prevenire le aggressioni (agli infermieri di un Pronto Soccorso) grava sul datore di lavoro

    In una sentenza viene (Cassazione Civile, Sez. Lav., 12 giugno 2017 n. 14566) viene confermata la condanna di una azienda ospedaliera per il danno subito da un infermiere (E.T.) a seguito della “aggressione subita…mentre prestava servizio quale infermiere presso il Pronto soccorsodell’Azienda.” In particolare,“l’aggressione avveniva da parte del paziente mentre veniva trasportato in barella alla sala visite, dopo dieci minuti dalla registrazione”.

    La Cassazione accoglie con rinvio il ricorso del lavoratore, cassando la pronuncia della Corte d’Appello secondo cui era “pressoché inattuabile la predisposizione di mezzi di tutela di portata oggettivamente idonea ad elidere o anche solo a ridurre il rischio di aggressione fisica al personale infermieristico in servizio presso il Pronto soccorso, tenuto conto della specificità del lavoro […] Né il E.T. indicava misure concretamente idonee ad impedire l’evento”.

    La Cassazione, di diverso avviso, ricorda invece che grava sul datore di lavoro “l’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo”. (Fonte: ailf.eu)

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