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    • 25 NOV 16
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    Orario di lavoro.

    Orario di lavoro.

    La disciplina dell’orario di lavoro è stata più volte modificata nel corso degli ultimi anni.

    In un primo momento il legislatore era intervenuto con la Legge 196/1997 (cd. “Legge Treu”).
    Successivamente il D.Lgs. 66/2003, recependo le Direttive comunitarie 93/104/CE e 2000/34/CE, ha introdotto una regolamentazione quadro in materia di orario di lavoro e altre importanti questioni ad esso connesse.
    Sulla scorta della nuova normativa, si può definire l’orario di lavoro come il periodo in cui il lavoratore è al lavoro e a disposizione del datore di lavoro, con l’obbligo di esercitare la sua attività o le sue funzioni.
    Al contrario, qualsiasi periodo che non rientra nell’orario di lavoro è definito come periodo di riposo.
    Una importante limitazione definita dalla legge, ed integrata dalla contrattazione collettiva, riguarda il lavoro notturno.
    La legge distingue poi tra orario di lavoro normale e orario di lavoro straordinario.
    Il primo è fissato in 40 ore settimanali, anche se la legge introduce una serie di deroghe a questa regola generale:

    i contratti collettivi stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi possono prevedere una durata inferiore;

    gli stessi contratti collettivi possono riferire la durata dell’orario normale settimanale alla media in un periodo plurisettimanale. Ciò significa che in una certa settimana il lavoratore può essere chiamato a lavorare per più di 40 ore; ciò nonostante, il lavoro eccedente la quarantesima ora non sarà da considerarsi alla stregua del lavoro straordinario se, nel periodo plurisettimanale preso come riferimento, la media delle ore lavorate sarà comunque di 40. A tale riguardo la legge precisa che, in ogni caso, nell’arco della settimana l’orario di lavoro non deve superare una media di 48 ore (compresi gli straordinari) in 4 mesi, elevabili dai contratti collettivi fino a 12 a fronte di ragioni obiettive specificate nel contratto stesso. Opportunamente, la legge precisa che per il computo della media non bisogna considerare i periodi di ferie o di assenze per malattia;

    dalla disciplina del normale orario di lavoro e, in particolare, dal limite legislativo delle 40 ore, sono escluse numerose categorie di lavoratori, fatte comunque salve condizioni di miglior favore stabilite dai contratti collettivi. Tra queste possiamo ricordare i giornalisti; il personale poligrafico addetto alle attività di composizione, stampa e spedizione di quotidiani e settimanali; il personale addetto ai servizi di informazione radiotelevisiva; il personale delle imprese concessionarie di servizi nei settori delle poste, autostrade, servizi portuali e aeroportuali, trasporti pubblici, telecomunicazione, oltre che in altri settori di primaria importanza (gas, energia elettrica, calore, acqua, smaltimento e trasporto dei rifiuti solidi urbani). Per costoro dovrà provvedere un apposito decreto del Ministero del Lavoro, che dovrà comunque uniformarsi ai principi del D.Lgs. 66/2003.
    Come si diceva, dall’orario normale di lavoro, come sopra definito, si distingue quello straordinario che, com’è facilmente intuibile, non è altro che quello eccedente il normale orario di lavoro e che comunque, per espressa disposizione di legge, deve essere contenuto, nonché remunerato a parte e compensato con maggiorazioni previste dal contratto collettivo.
    Quest’ultimo può consentire che, in alternativa o in aggiunta alle maggiorazioni retributive, i lavoratori fruiscano di riposi compensativi.
    Spetta in primo luogo ai contratti collettivi stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi indicare le modalità di esecuzione del lavoro straordinario, fermo restando il già citato limite delle 48 ore medie di lavoro alla settimana, nell’arco di 4 mesi.
    In assenza di tali accordi, la legge prevede che il ricorso al lavoro straordinario è ammesso solo previo accordo con il lavoratore e per un periodo non superiore a 250 ore all’anno.
    Tuttavia, la legge prevede anche altri casi in cui lo straordinario è comunque ammesso, quindi a prescindere dalla volontà del singolo lavoratore e salva diversa disposizione da parte dei contratti collettivi:

    eccezionali esigenze tecnico – produttive, con impossibilità di fronteggiarle mediante l’assunzione di altri lavoratori;

    casi di forza maggiore o tali per cui la mancata esecuzione di lavoro straordinario possa dar luogo a un pericolo grave e immediato, o un danno alle persone o alla produzione;

    eventi particolari, come mostre, fiere e manifestazioni collegate all’attività produttiva, ovvero allestimento di prototipi o modelli predisposti per le stesse.

    Dalla lettura combinata del dettato costituzionale e della legislazione ordinaria si desumere il diritto al riposo del lavoratore dopo sei giorni consecutivi di lavoro.
    Attenzione particolare merita il tema della reperibilità, ancora oggi oggetto di possibili modifiche in fase di recepimento delle direttive comunitarie.
    In ogni caso sono previsti precisi diritti del lavoratore tenuto ad essere reperibile nelle giornate di domenica.
    Un tema oggetto di numerose controversie riguarda il tempo necessario al lavoratore per indossare la divisa di lavoro: secondo un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale esso deve essere ricompreso nell’orario di lavoro (cd. “tempo tuta”). (Fonte: www.wikilabour.it)

    Normativa: Decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66.

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