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    Mammografi troppo vecchi, il radiologo: diagnosi a rischio. Prioritario scegliere la competenza.

    Mammografi troppo vecchi, il radiologo: diagnosi a rischio. Prioritario scegliere la competenza.

    Non solo l’apparecchiatura: è il radiologo il fattore determinante per una corretta diagnosi mammografica del tumore al seno, o meglio la rete di competenze sanitarie necessarie per una adeguata terapia. Lo afferma Cosimo Di Maggio, ordinario di radiologia all’Università di Padova, commentando l’indagine di Milena Gabanelli ripresa da Corsera che denuncia lo stato di “vecchiaia” dei mammografi in Italia. Nel servizio si sottolinea che i mammografi digitali più moderni sono in grado di distinguere tumori di pochi millimetri di diametro. Ma se nei nostri 400 ospedali tra i 1012 mammografi digitali, a più alta risoluzione, quelli con più di 10 anni sono il 2%, tra gli 865 analogici gli over 10 sono 726, ben l’84 per cento. Il servizio raccomanda alle pazienti di informarsi sull’età dello strumento nello scegliere la struttura dove farsi esaminare. Primo, perché con l’apparecchio analogico si prendono più radiazioni; secondo, per la più alta definizione consentita dal dispositivo digitale: su 61797 pazienti operate nel 2017, 24 mila sono andate incontro a chirurgia demolitiva ma delle 37 mila operate con intervento conservativo ben 2800 hanno dovuto essere ri-operate entro 4 mesi. L’indagine si conclude mettendo a confronto i rischi di re-intervento in ciascuna struttura: all’Ieo, all’Humanitas, all’Istituto tumori il rischio è minimo, ma in molti grandi ospedali, dove è comunque alto il ricorso alla chirurgia conservativa, si alza al 15-30%. Attenzione, però: non c’è modo di capire nelle cifre riportate del Piano nazionale esiti di Agenas se l’incidenza di re-interventi sia direttamente proporzionale all’uso di apparecchiature obsolete, analogiche over 10. Tra i principali esperti di mammografia in Italia, Di Maggio in parte ne dubita. «L’indagine investe da vicino il ruolo del radiologo e dell’équipe, con conseguenze controverse: da una parte giustamente enfatizza la collaborazione tra sanitari (oncologo, radiologo, radioterapista, chirurgo, anestesista, genetista, psicologo, riabilitatore), dall’altra consiglia caldamente di informarsi sulle strutture dove trovare la cosiddetta 3D, o meglio la tomosintesi – è la dizione corretta – che è in realtà una ricostruzione bidimensionale delle immagini e non tridimensionale, permette di “fare a fettine la mammella” e quindi può evidenziare lesioni che potrebbero non vedersi nella radiografia “a tutto spessore”. Ora, la tomosintesi offre indiscutibili vantaggi ma la vera differenza sta nella competenza del radiologo che deve saper scegliere la tecnica più utile nel caso in esame, senza dimenticare il contributo offerto dall’ecografia e dalla visita senologica, e deve avere esperienza sufficiente per interpretare nel modo corretto ciò che vede o palpa. E’ sbagliato scegliere la macchina, conviene scegliere il medico». Di Maggio condivide l’opportunità di sostituire i mammografi analogici con i digitali, non tanto perché la dose di radiazioni è inferiore ma soprattutto perché la qualità delle immagini è migliore e perché la minore compressione della mammella rende l’esame più gradito dalle utenti. «Deve essere ben chiaro: la differenza non sta nella tomosintesi ma nella competenza del radiologo perché il “vedere di più” con la tomosintesi può essere causa di errori in eccesso (i cosiddetti Falsi Positivi) che comportano ansia ed interventi chirurgici inutili». Certo, «le apparecchiature obsolete devono essere sostituite ma la lotta ai tumori della mammella non si vince con la tomosintesi; il Servizio sanitario nazionale dovrebbe investire le proprie risorse economiche per favorire l’educazione alla salute delle Utenti e la loro partecipazione ai programmi di screening “personalizzato” e per formare e tenere nel servizio pubblico quei radiologi che consentono di fare la differenza. Inutile comprare una Ferrari se non si è in grado di guidarla». Essenziale il ruolo del medico di famiglia, «sia a livello di dialogo con la donna, sia nell’indicare le strutture e i colleghi cui rivolgersi (meno, ripeto, l’apparecchiatura 3D) sia nell’educare all’autopalpazione: mai sotto la doccia, non ogni giorno, sempre dopo le mestruazioni (se presenti), non per “capire” cosa si palpa ma per “conoscersi” e scoprire eventuali cambiamenti nel tempo. La mammografia e l’ecografia, eseguite in un centro con personale preparato e dotato di apparecchiature “digitali” sono la risposta sia a una paura che può far seguito all’autopalpazione sia alla necessità di individuare un tumore che la palpazione non rileva». (Fonte: doctor33)

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