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    • 04 FEB 19
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    Licenziati per aver usato (male) i social network.

    Licenziati per aver usato (male) i social network.

    La Cassazione ha confermato il licenziamento per giusta causa di una donna che, durante l’orario di lavoro, navigava sempre su Facebook. E non è l’unico caso: messaggi sbagliati, su Facebook, ma anche su Whatsapp, possono portare al licenziamento. Cambia il diritto del lavoro, l’identità virtuale pesa sempre di più sulla vita reale. Nelle ultime settimane si discute molto della possibilità di vietare l’uso dei cellulari a scuola, anche per evitare che gli studenti si distraggano troppo durante le lezioni e trascorrano troppo tempo a navigare sui social. Il provvedimento potrebbe avere un risvolto educativo e anche preventivo, onde scongiurare rischi maggiori col crescere dell’età.

    Si moltiplicano infatti i casi di licenziamento per giusta causa dovuto ad un uso smodato ed eccessivo dei social in orario di lavoro. Proprio qualche giorno fa la Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva il licenziamento disciplinare di una donna, segretaria part time in uno studio medico, che, durante l’orario di servizio, nell’arco di 18 mesi, aveva effettuato dal pc in ufficio circa 6 mila accessi in Internet, di cui 4.500 su Facebook, “per durate talora significative”.

    Secondo i giudici del Palazzaccio, che hanno confermato i verdetti del tribunale e della Corte d’appello di Brescia, la condotta della donna è particolarmente grave poiché contrasta con l’etica comune ed è idonea a incrinare la fiducia del datore di lavoro. «Si tratta — si legge nella sentenza — di un comportamento idoneo ad incrinare la fiducia del datore di lavoro, avendo la lavoratrice costantemente e per lungo tempo sottratto ore alla prestazione lavorativa ed utilizzato impropriamente lo strumento di lavoro approfittando del fatto che il datore di lavoro non la sottoponesse a rigidi controlli». La donna, nel suo ricorso, ha lamentato la violazione della privacy, ma nella sentenza definitiva si chiarisce che non c’è stata alcuna lesione della sua riservatezza. Limitarsi a stampare la cronologia di un computer non richiede l’installazione di alcun dispositivo di controllo «né implica — si legge in sentenza — la violazione della privacy, trattandosi di dati che vengono registrati da qualsiasi computer». Non si può neppure parlare di violazione dello statuto dei lavoratori, poiché non c’è stato alcun controllo sulla «produttività ed efficienza dell’attività lavorativa», bensì solo un monitoraggio non invasivo della sua navigazione sui social.

    Non è il primo caso di un licenziamento causa Facebook negli ultimi anni. Più numerose tuttavia le cause contro dipendenti che avevano fatto uso improprio dei social, insultando i superiori gerarchici o i datori di lavoro. La lesione dei diritti della personalità in Rete è molto frequente e può integrare gli estremi della diffamazione on line, considerata diffamazione aggravata (come quella a mezzo stampa), ai sensi dell’art.595 del codice penale, con “altro mezzo di pubblicità”. Un post su Facebook può portare al licenziamento per giusta causa. E’ quello che è successo nel maggio scorso a un’impiegata di Forlì che si è sfogata sul social network contro l’azienda per la quale lavorava, offendendo il titolare e utilizzando un linguaggio scurrile e irriguardoso. Irrilevante il fatto che la donna non avesse specificato il nome della società, facilmente identificabile. La donna non aveva neppure pensato che tra i suoi amici virtuali fosse presente anche il legale della società. Pur avendo cancellato il post l’impiegata era stata licenziata e la sanzione era stata confermata in primo e in secondo grado.

    Si legge nella sentenza della Cassazione: «La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione, per la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone. Pertanto la condotta integra gli estremi della diffamazione e come tale correttamente il contegno è stato valutato in termini di giusta causa del recesso, in quanto idoneo a recidere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo».

    Sempre l’anno scorso è stato licenziato per giusta causa un falso malato. La Cassazione ha legittimato il licenziamento in malattia in un caso in cui la prova della falsa malattia arrivava da una foto pubblicata sui social network. Il dipendente in questione era stato licenziato dopo che la sua azienda aveva recuperato tramite Facebook, e alcuni giornali locali, delle foto che lo ritraevano mentre si esibiva in un concerto nel periodo di assenza dal lavoro per malattia. I giudici dei tribunali italiani stanno allargando le maglie dell’utilizzo in giudizio delle conversazioni fra privati avvenute su Whatsapp, in particolare quando esse riguardano questioni lavorative o si svolgono durante l’orario di lavoro. Alcuni messaggi hanno infatti portato a licenziamenti o sanzioni disciplinari. Oltre a essere stati talvolta utilizzati, anche dal lavoratore, per dimostrare l’esistenza di un’attività di tipo subordinato o la comunicazione dell’assenza per malattia.

    Tutti questi esempi ci fanno concludere che l’identità virtuale incide sempre di più su quella reale. Ciò che scriviamo in Rete può avere effetti anche devastanti sulla nostra quotidianità e comportare conseguenze a volte irreparabili in campo lavorativo e professionale. Per questo bisogna usare molta accortezza quando ci si autodipinge in un certo modo sui propri profili social. Rischiamo, infatti, di pagare a caro prezzo la nostra disinvoltura nel pubblicare online tutto di noi, dalle informazioni più intime alle opinioni personali. Senza dimenticare che durante l’orario di lavoro non ci si può e non ci si deve mai sentire liberi di frequentare i social per finalità personali. (Fonte: lanuovabq.it)

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