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    Dirigente sindacale: anche per trasferirlo di pochi metri è necessario il nulla osta del sindacato.

    Dirigente sindacale: anche per trasferirlo di pochi metri è necessario il nulla osta del sindacato.

    Tribunale, Busto Arsizio, sez. lavoro, sentenza 25/01/2016

    Pubblicato il 26/02/2016

    Necessita di previo nulla osta ex art. 22 Stat. Lav. ogni trasferimento del dirigente sindacale nell’ambito della pubblica amministrazione o del settore privato che consista in un mutamento di sede anche se questa è ubicata nello stesso comune e a distanza esigua dalla precedente.
    In questi termini si è espresso il Tribunale di Busto Arsizio nella sentenza del 25 gennaio 2015, che ha accertato e dichiarato l’antisindacalità del comportamento di un ente locale che aveva spostato una dipendente, dirigente sindacale, incurante di effettuare la richiesta del nulla osta alla propria organizzazione sindacale di appartenenza.
    Il caso ha visto coinvolta una dipendente comunale che, con apposito provvedimento, è stata spostata dalla sua sede di assegnazione presso un’altra sede del medesimo ente sita a soli 100 metri di distanza dalla precedente. Inutili sono state le proteste dell’Organizzazione sindacale interessata che si è vista costretta a ricorrere all’autorità giudiziaria per denunciare la condotta antisindacale ex art. 28 Stat. Lav.
    Il giudice di prime cure, in fase sommaria, aveva respinto il ricorso ex art. 28Legge 300/70, ma di diverso avviso è stato il Tribunale che ha deciso dopo l’impugnazione del decreto da parte dell’Organizzazione sindacale.
    Al riguardo,  nel ricordare analoga giurisprudenza (Cass. n. 3889/1989), ha meglio precisato l’ambito di applicazione dell’art. 22 Stat. Lav. che si riferisce al trasferimento da un’unità produttiva all’altra, “intendendosi per quest’ultima – alla stregua della previsione contenuta nell’art. 35 dello Statuto dei lavoratori quell’entità aziendale (sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto dell’impresa) che, anche se articolata in organismi minori, si caratterizzi per sostanziali condizioni imprenditoriali d’indipendenza tecnica ed amministrativa, tali che in esse si svolga e si concluda il ciclo relativo ad una frazione o ad un momento essenziale dell’attività produttiva aziendale…”.
    Ma – ha fatto rilevare il Tribunale adito – per il settore del pubblico impiego alla nozione di unità produttiva di cui all’art. 22 della L.300/1970 si aggiunge anche il requisito di “sede” previsto dall’art. 18, comma 4 del CCNQ del 7.8.1998, che risulta essere un concetto più ampio di quello dello indicato nello Stat. Lav.
    Di conseguenza il nulla osta al trasferimento del dirigente sindacale nelle pubbliche amministrazioni è subordinato al trasferimento in unità produttiva diversa al di fuori della medesima sede. Nella fattispecie in esame, rilevato che la sede di appartenenza della dipendente costituiva un’articolazione autonoma del Comune dotata di autonomia organizzativa tecnica ed amministrativa, secondo i canoni precisati dalla giurisprudenza in materia, è stato logico al giudice considerarla come una unità operativa diversa posta in una sede diversa, anche se distante qualche centinaio di metri e anche se facente parte del medesimo Settore al cui vertice vi è il medesimo Dirigente.
    Invero, la mutazione del luogo della prestazione – ha ribadito l’organo giudicante – indipendentemente dalla misura (dunque anche esigua, come nel caso in argomento) diventa rilevante atteso che è potenzialmente idonea “a recidere il legame esistente fra il dirigente sindacale e il gruppo di cui egli è espressione o a rendere più difficile l’esercizio delle prerogative attribuitegli.” A tal proposito, un altro interessante spunto della sentenza di che trattasi si rileva in tema di onere della prova del danno.
    Secondo il Comune interessato, affinché sia ravvisabile l’obiettiva idoneità della condotta a ledere la libertà e l’attività sindacale, sarebbe comunque necessario riscontrare in concreto che l’allontanamento del lavoratore che svolga attività sindacale comporta un pregiudizio alla possibilità di un suo efficace svolgimento, prova che secondo l’ente locale incomberebbe sull’Organizzazione sindacale.
    Il Tribunale al riguardo ha fornito opportune precisazioni. Invero, attenendosi al consolidato indirizzo giurisprudenziale (Cass. n. 1684/2003), ha tenuto a precisare che per integrarsi gli estremi della condotta antisindacale di cui all’art. 28 Stat. Lav. è solo “sufficiente che il comportamento del datore di lavoro leda oggettivamente gli interessi collettivi di cui sono portatrici le organizzazioni sindacali” non essendo necessari la presenza di altri elementi quali, per esempio, uno specifico intento lesivo da parte del datore di lavoro.
    Ovviamente l’onere della prova è a carico dell’Organizzazione sindacale in ottemperanza al principio di cui all’ ART 2697 C.C. che dispone che colui che intende far valere un diritto in giudizio ha l’onere di provare i fatti dedotti a fondamento dello stesso, tuttavia, per integrare gli estremi della condotta antisindacale non è necessaria la prova del danno subito.
    In altre parole, si deve ritenere sufficiente accertare l’obiettiva portata lesiva del comportamento, cioè la sua capacità a ostacolare l’esercizio dei diritti e dunque, il giudice si deve limitare ad accertare l’idoneità della condotta denunciata a minacciare i beni protetti dall’art. 39 e 40 Cost. (Fonte: Link Lav.it)

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