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    • 02 OTT 17
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    Come utilizzare la Legge 104/92: le novità.

    Come utilizzare la Legge 104/92: le novità.

    Se è vero che tutti la cercano e la chiedono è anche vero che in pochi la sanno usare correttamente: parliamo della legge 104 e, in particolar modo, dei tre giorni di permesso retribuiti previsti dal famoso articolo 33. La legge stabilisce, in particolare, che possono beneficiare di permessi retribuiti, se sono lavoratori dipendenti, i genitori (naturali, adottivi ed affidatari) e determinati familiari del disabile. I permessi possono essere accordati ad un unico lavoratore per assistere lo stesso disabile (cosiddetto referente unico). Ma come utilizzare la legge 104? La domanda non è affatto banale ed è stata posta, di recente, alla Cassazione. Perché il dubbio? Nel 2010 il testo originario della legge 104 è stato modificato (in verità, gli interventi del legislatore sono stati numerosi) e oggi il lavoratore deve comportarsi in modo diverso rispetto al passato. Ma procediamo con ordine e vediamo come bisogna comportarsi dopo la riforma.

    A chi spettano i permessi 104?

    I permessi non possono essere riconosciuti a più di un lavoratore dipendente per l’assistenza dello stesso disabile. Pertanto, il familiare disabile deve presentare all’Inps un’autodichiarazione in cui risulta la scelta del lavoratore suo familiare da cui vuole essere assistito. Il disabile può essere anche convivente con il lavoratore beneficiario del permesso e non deve necessariamente avere una propria residenza. Se il disabile assume il domicilio, anche solo per un determinato periodo di tempo, presso la residenza di diversi parenti (entro il 2° grado), è necessario che ciascun avente diritto presenti, di volta in volta, l’istanza per ottenere il riconoscimento dei permessi retribuiti per prestare legittimamente la dovuta assistenza. 

    Come utilizzare i permessi 104?

    Nel 2000, l’articolo 33 della legge 104 attribuiva i 3 giorni di permessi 104 ai genitori ed ai familiari lavoratori, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assistevano con continuità e in via esclusiva un parente o un affine entro il terzo grado portatore di handicap, anche se non convivente». Senonché nel 2010 la norma è stata modificata: in particolare sono stati eliminati i requisiti della «continuità ed esclusività» dell’assistenza per fruire dei permessi mensili retribuiti. Proprio sul punto è intervenuta la Cassazione la quale ha così chiarito che il lavoratore non è più tenuto a stare tutta la giornata con il familiare invalido e portatore di handicap, potendosi dedicare, per una parte delle ore, anche ad attività personali, ricreative a relazioni sociali. Perché mai questo trattamento di favore – potrebbe dire chi guarda con invidia il collega che, per tre giorni al mese, se ne sta a casa pagato dall’azienda – per comprendere il ragionamento della Corte e per scoprire definitivamente come utilizzare i permessi 104 ricorreremo a un esempio. Immaginiamo una donna che lavori dalle 9 alle 16 presso un’azienda. Poiché la madre è paralizzata su una sedia a rotelle ed è ormai vedova, non appena finisce il turno di lavoro corre ad assisterla, a farle il bucato, ad aiutarla a vestirsi e a preparare la cena. Torna a casa propria alle 19, quando ormai i negozi stanno chiudendo, più stanca di come era uscita dal lavoro. Tira avanti così tutto l’anno, senza riuscire a dedicare un minuto a sé stessa, per acquistare un abito o magari riposarsi in un cinema. Invece le colleghe, durante la residua parte della giornata, possono dedicarsi allo shopping o al riposo con le amiche o i figli al parco. A che servono allora i tre giorni di permesso retribuiti? Di certo, dice la Cassazione, bisogna comunque assistere il familiare invalido, perché è questa la funzione della legge 104: tutelare le persone con handicap. Tuttavia non bisogna neanche dimenticare le esigenze dell’altrettanto sfortunato familiare, mai libero di dedicarsi alle proprie necessità. Ecco perché il legislatore ha cancellato le parole «continuità ed esclusività» dall’articolo 33, volendo così consentire al parente titolare dei permessi di sfruttare qualche ora di questi tre giorni al mese per fare la spesa o per altri bisogni “accumulatisi” nel tempo. O anche solo per sedersi sul divano e godere del riposo che la Costituzione gli riconosce come diritto inviolabile. Ora, è anche vero – e le numerose sentenze emesse sino ad oggi lo comprovano – che sono in molti i lavoratori titolari della 104 che abusano dei permessi per fare il ponte lungo nei week end, per viaggiare, fare scampagnate con gli amici o che, magari, li trovi la sera in discoteca o a lavorare per altre aziende. Inutile dire che si tratta di comportamenti che, oltre a costituire reato (indebita percezione del trattamento economico ai danni dell’Inps), danno luogo a licenziamento in tronco per giusta causa. Ma non è neanche giusto che per le colpe di alcuni ci rimettano tutti. Dunque, conclude la Cassazione, ecco come usare i permessi 104: chi beneficia dei tre giorni di permesso retribuito non deve prestare assistenza continuativa al familiare invalido, un’assistenza cioè per l’arco delle 24 ore. Una parte della giornata può essere sfruttata anche per riposarsi o svolgere quel minimo di attività sociale che, altrimenti, non si potrebbe avere stando chiusi, dalla sera alla mattina, tra lavoro e familiare handicappato. E questo perché chi ha la sfortuna di avere un padre o una madre non più deambulante o con altre forme di invalidità è più svantaggiato rispetto agli altri colleghi di lavoro i quali, al termine del servizio, possono dedicarsi allo svago o alla propria famiglia. Per i primi, invece, scatta il “dopo-lavoro” costituito dall’assistenza al parente che sta male. In sintesi, chi beneficia di uno o più giorni di permessi retribuiti dal lavoro ai sensi della legge 104 può dedicare una parte della giornata anche “ai propri affari” purché non snaturi la sostanza di tali permessi e non dimentichi totalmente il familiare invalido. (Fonte: laleggepertutti.it)

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