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    Buoni pasto: il lavoratore può pretenderli dall’azienda?

    Buoni pasto: il lavoratore può pretenderli dall’azienda?

    I buoni pasto sono una prestazione sostitutiva nel caso in cui l’azienda non effettui il servizio mensa. Ma il lavoratore ha diritto di pretenderli ? Scopriamolo insieme.

    Capita spesso che, per le ragioni più svariate (quali, ad esempio, il tempo, la distanza, o impegni di altra natura) nella pausa pranzo non si possa tornare a casa. Come provvedere, dunque, alle proprie esigenze alimentari? Come noto, molti datori di lavoro erogano ai propri dipendenti i c.d. buoni pasto. Ma nel caso in cui ciò non avvenga, il lavoratore può pretenderli dall’azienda? Molti, soprattutto, in seguito alla notizia della “riforma sui buoni pasto” che sarà operativa da settembre 2017 si sono posti questa domanda. Vediamo, dunque, qual è la risposta. Tuttavia, prima di comprendere se il lavoratore può pretendere dall’azienda i buoni pasto, facciamo il punto della situazione.

    Buoni pasto: cosa sono?

    I buoni pasto – comunemente detti ticket restaurant – sono dei mezzi di pagamento erogati dal datore di lavoro ed utilizzabili dai dipendenti per acquistare pasti o prodotti alimentari. Detti buoni possono essere emessi in forma cartacea (voucher) o elettronica. Sia nell’una che nell’altra forma, ogni buono ha un valore assegnato (solitamente tra i 2 euro ed i 10 euro) ed è riconosciuto da enti ed imprese convenzionate come ristoranti, bar, mense e supermercati. I buoni pasto costituiscono una prestazione sostitutiva del servizio di mensa, ossia della somministrazione diretta di vitto da parte del datore di lavoro, in tutti quei casi in cui per l’azienda non sia possibile (o non sia conveniente) effettuare la somministrazione direttamente con mensa aziendale interna.

    Buoni pasto: cosa prevede la riforma

    Come anticipato, in tema di buoni pasto deve darsi atto della recente riforma che sarà operativa da settembre 2017 e con cui sono state disposte una serie di novità in materia. Vediamo le più rilevanti (per approfondimenti leggi: Buoni pasto: come funzionano? )

    In primo luogo, è stata disposta la graduale, ma definitiva sostituzione dei ticket cartacei con quelli elettronici ed un nuovo regime di deducibilità degli stessi.

    L’estensione degli esercizi commerciali in cui potranno essere spesi, quali:agriturismi, mercatini, aziende agricole

    Non da meno è il riconoscimento della loro cumulabilità. Infatti, sebbene sui buoni fosse formalmente scritto “non cumulabili”, nella prassi – soprattutto nei supermercati – venivano cumulati ed utilizzati per fare la spesa. Ebbene, dopo un lungo braccio di ferro tra grande distribuzione favorevole al cumulo e bar e piccoli ristoratori contrari, la scelta definitiva è ricaduta sull’ammissibilità del cumulo fino ad un massimo di 8 voucher. I buoni pasto, quindi,  potranno essere cumulati fino a un massimo di otto per volta. Questo significa che, nell’ambito della stessa spesa, si possono usare fino a massimo 8 buoni pasto.

    Attenzione, però: resta il divieto di usare il buono pasto per fare la spesa necessaria alla famiglia per la settimana. Il buono pasto è infatti sostitutivo solo della mensa giornaliera del dipendente e, quindi, deve essere rivolto ad acquistare esclusivamente il pasto della giornata e non altra merce di natura personale.

    Viene inoltre stabilito che i buoni pasto sono utilizzabili esclusivamente per l’intero valore facciale. Questo significa che chi non spende tutto il buono non può pretendere il resto in denaro e, nello stesso tempo, non potrà usare il residuo per altre occasioni.

    Inoltre scompare l’obbligo di indicazione del nominativo del titolare, ma rimane l’obbligo della firma al momento della consegna.

    Il lavoratore può pretendere i buoni pasto dall’azienda?

    Ciò posto, occorre comprendere se il lavoratore può pretendere i buoni pasto dall’azienda. Per far ciò e necessario precisare che – ferme restando le nuove regole che saranno generalmente riconosciute a partire dal prossimo autunno – in materia di buoni pasto, la regolamentazione dettagliata si trova all’interno dei contratti collettivi e degli accordi territoriali ed aziendali. Dunque, al fine di comprendere se il lavoratore in concreto ha diritto a vedersi riconosciuta l’erogazione dei buoni pasto bisognerebbe verificare cosa prevede al riguardo lo specifico contratto aziendale (in particolare, il contratto di assunzione). Se nulla è previsto, purtroppo, sarà nella discrezionalità del datore di lavoro erogare detti buoni. Se il datore di lavoro decidesse di erogare i buoni pasto, allora dovrà seguire le nuove regole di cui alla citata riforma, che però nulla prevede circa l’obbligatorietà per le aziende in ordine alla prestazione di detto servizio.

    Il buono pasto, quindi, non è un diritto imprescindibile del lavoratore e spetta solo se previsto in un apposito accordo, collettivo o individuale: in mancanza di un accordo che li preveda, dunque, questi benefici non possono essere pretesi dal lavoratore. Il buono pasto, difatti, non rappresenta una parte della retribuzione, ma un beneficio assimilato alle prestazioni di assistenza, cioè alle cosiddette prestazioni di welfare (prova ne è il fatto che, sino ad un determinato limite, è esente dalle imposte).

    In linea generale, quindi, la legge non impone in capo al datore di lavoro alcun obbligo di rilascio dei buoni pasto. La concessione è generalmente specificata nel contratto di assunzione, oppure è il risultato di successive contrattazioni. Di norma, infatti, per il datore di lavoro la necessità di erogare a favore del personale dipendente il servizio di mensa aziendale o i c.d. buoni pasto deriva da un’obbligazione assunta contrattualmente. Ciò non toglie che egli stesso possa autonomamente decidere di proporre e istituire tali servizi, nel momento in cui vi sia la necessità, per motivi organizzativi o produttivi, che il personale non debba o non possa fisicamente spostarsi durante la pausa – pranzo. Tuttavia, come detto si tratta di una scelta discrezionale del datore di lavoro, che non può essere pretesa se non sulla base di una nuova “rinegoziazione” del relativo contratto di lavoro. Ne consegue, dunque, che non esiste un diritto assoluto del lavoratore di pretendere i buoni pasto dall’azienda. (Fonte: laleggepertutti.it)

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